Gian
CITTON

Gian Citton è nato nel 1938 a Feltre (Belluno), dove vive. Le sue prime poesie sono uscite fra il 1956 e il 1961 in antologie e riviste, e venne segnalato nel 1962 dal prestigioso “Premio Carducci”. Ha pubblicato le raccolte: Stanze, 1976-1986 (Pilotto, 1988), In Forma Chiusa (Book Editore, 2000, con una nota di A. Bertoni), Le Carte del Caribe (La Fenice, 2003, presentazione di B. Garavelli, Premio Senigallia Spiaggia di Velluto), Indovinare il mare (Book editore, 2004, prefazione di G. Bàrberi Squarotti, Premio Marineo), Tomàdego méo (Mobydick, 2005), Devozioni musicali per vecchi fan (Mobydick, 2008, introduzione di E. Capodaglio), La stanchezza dell’airone – Catulo in Cornaróta (Agorà Libreria Editrice, 2008), T’un ingano de sol (Mobydick, 2010, che comprende poesie originali assieme a libere trasposizioni da Philip Larkin e da Norman MacCaig), Ancora co Catulo in Cornaróta (sessanta trasposizioni dai Carmina di Catullo, Mobydick, 2012, prefazione di L. Nascimben), La provincia dei Cani (Book Editore, 2015, postfazione di G. Pampaloni), La chanson de Medzatèra (Book Editore, 2017), A palpitante altezza (Helicon, 2018). Sue poesie sono apparse sulle riviste “Atelier”, “Hebenon”, “Il lettore di provincia”, “Rivista feltrina”, “Satura”,  per le edizioni d’arte il PulcinoElefante. Il Quaderno feltrino è uscito in LA LUNA (2002, a cura di E. de Signoribus e di R. Zucco).

giancitton@tin.it

POESIE

da STANZE

(a mia madre – 1976)
***
Ho perso il conto delle sedie.
————————————–Qual è
quella? con cui strappata di casa
di corsa a scosse giù per le scale
(ché la barella non faceva il gomito)
con due infermieri abituati, quella
sedia rimasta la giornata intera
nel buio androne a pianoterra
dietro il portone sbatacchiato
dai clienti del medico dentista?

L’ultimo tuo calore che solo
il legno sa così tenere
ho ricondotto dodici ore dopo
su per tre rampe di scale
come in quell’atto viva t’abbracciassi.

Sono arrivato dodici ore dopo
per perdere subito il conto delle sedie.
Qual è quella di sei, accostate attorno al tavolo?
quale il convulso baldacchino improvvisato
che ora sta là con le altre cinque mute
sedie di cucina, senza più un segno
————————————–a chiamarmi?

***
La lavatrice in bagno è ancora ingombra
a tomi d’enigmistiche annotate
a breve mano dal comodo.
Avessi mai azzeccato un anagramma!
Ed era MORTE la soluzione
dell’infausto METRO compitato in TREMO.

Buon per te che ottimista confondevi
il pronostico esiziale, e di tremore
ti consolavi anche quando il condotto
ingolato dell’ossigeno (“viva
carne” scrivevi non potendo dire)
ti brustolava l’antro del polmone,
e preti in verde-oliva del reparto
anagrammavano i reperti a tua insaputa
oltre la porta della Rianimazione.

***
Tenevi in mostra i tuoi reperti d’antiquaria
nella nicchia d’una porta murata
(schiena e scaffali in rosso-cardinale)
e a riparo un sipario di incerata.

A smeriglio svanivano gli oggetti
in un fondo d’acqua lunare,
trasudati indistinti: vaghe
sostanze quasi umbratili Piccarde.

Nuotavano in un bagno d’onde smosse
come s’appanna oltre la tenda umida
una sagoma intravista nella doccia.

E li vedevi, credo, tu sola
a uno a uno belli, così fuori
del tempo e fuori d’uso.
————————————–Sicché ora
(poiché fossa o nicchia richiama uguale
alla mente il senso del rinchiuso)
in tanti anni non mi pare strano,
ogni volta che qui soccorsi scorro
i tuoi calici rari, i piatti i peltri,
intravederti riposare
in un fondaco cupo di celesti antiquari.

(a mio padre – 1986)
***
La stanza è bassa e stretta
e non si spegne per la bassa inferriata
lo sfogo della muffa che ristagna
………………………..

***
E pensare quanto è bella Parigi,
tu che l’hai vista!
————————————–ed io tra questi
patriarcali seggi di minzione
calcolare le notti e misurare i vani
per consumarli finalmente i torti:
le mute orribili farse quotidiane.

***

ma non incutere timore
non forzare la mano
non trascendere oltre
il limite del ronzio
(come nel bicchiere
l’aspirina che frigge,
la radiosveglia fuori sintonia)
anche se i bisbigli
hanno svuotato i muri
e fanno volgere il capo del silenzio,
anche se danno i brividi
in proditorii assalti.

***
Silentes loquimur recita
la popputa cappella dal frontone
sui marmi tarmati, i tumoli
e gli spiedini di pungitopo
con pomellette rosso-copiativo.
Loquimur, loquimur silentes! come
hai fatto tu tutta la vita tua,
muto. Ma il contraccolpo del catarro
abbaia ancora
la notte – come un cane.

***
I galli che cantano la notte
sono ciechi o pazzi.
————————————–Ma terribilmente
stanno insonni a raspare croste e croste.
E i silenzi della vita vigliacca
sono urli per la campagna, persi
dolenti: strappi sotto tortura i canti
dei vecchi galli che cantano la notte.

da IN FORMA CHIUSA

LA GITA D’ISTRUZIONE
(l’entrata al parco)
…… la villa accoglie gli svogliati
(le logge debordate in cima al viale
converse al corpo di forme minute
all’apparenza) – rosa immateriale.

Qui nessuno sa niente – niente nella
maestà dei campi che la villa abbraccia –
chi clandestina reliquia di bella
donna qui affidi e ne sperda ogni traccia

perché scelga una forma un nuovo stato
affine a questa gentilezza agreste:
levi il piumaggio o radichi e germogli

o sgusci pigra carpa nel fossato
(in tuffo a volo fredda come foglia).
Preservala da me e da chi calpesta

scalmanata marmaglia il santuario.
————————————–(il salone degli affreschi)

Il nano azzurro-gola-di-piccione,
la vecchia balia sull’opposto lato
reggono i lembi del sipario come
a teatro al momento del commiato.

Su un fondale di verdi parchi stinti
scorrono ganzi a barba rasa, dame
– lo scollo castigato da un prudente
bouquet campestre – in intreccio di mani

nude o guantate. Intorno paggi, serve
more ridendo con scimmie macaco,
il corteggio dei musici… Una larva

di festa si consuma nell’opaco
splendore dell’affresco manierista.
Su, incidi nome e data della sosta.

(Ci sopravviva l’indecente gesto)

(la stanza degli amanti)
Qui arazzi tetri a tre delle pareti:
nìobi susanne andromache battagliano
col vizio delle tarme nell’ordito
e la virtù dell’oro è stinta paglia.

Ma sulla quarta – IL CIELO.  Fra i puttini –
i penduli cavicchi od i piumini
dei sessi femminili – le spirali
di nuvole in amplessi ascensionali.

“Apoteosi in disonesta tana
qualche altro ottenne in copule sommarie,
e ci fu un cielo (nonostante) uguale.

Non ridere all’ingenuo paragone.
Da altri cieli-amplessi-luminarie
misuri e scordi.  Lascia agli animali

la sproporzione a metro dei ricordi”
————————————–(congedo)

Quando tradendo te (sposata) sposa
mi scelsi, e nel contempo entrambi fummo
coscienti di tradirci entrambi e fummo
cose portate via da un’altra cosa,

prese l’indifferenza a amministrarci
pésti dopo una febbre.  E dunque in questa
campestre ipocondria sia il luogo questo
dove né servo o latrato ci scacci

da ottobre a marzo – né succeda nulla,
nulla – nella maestà dei campi – nulla
nell’asfissia di stanza in stanza – nulla

fino alle marce delinquenti – fino
ai tours con guida ai flash di gruppo – fino
che can osso scoperchi a fiuto fino.

(Parco della Contessa – 8 di giugno)
***
L’alba prima del giorno (era piovuto
tutta notte) sgrondavano le aiole
trasparendo. Sotto lo sbocco a imbuto
la chiazza chiara degli scoli il sole

gonfiava in cielo bianco: una réclame
lungo l’autostrada – alludendo al parto.
E sentivo ripetermi: … andavam
per lo solingo piano, il passo incerto…

In quell’ora (dove tutto è apparente,
che pare un fermo-immagine la vita,
e pare che non sia successo niente

di niente – e non succederà mai niente)
la cella stava ancora (intiepidita
di te) in ombra.  Partoriva l’oriente.

da INDOVINARE IL MARE

***
Rugginiamo piante di vaso in serra,
benché a guardarci a vicenda non pare –
ma è nello smacco di specchi oppure
in occhi altrui dove si invecchia;

e allora con paura levi il viso
e a te di fronte il mio levo a confronto
per poi giocarci su, sull’ora mala:
l’ora maligna che ci ignora: e ancora
si scorderà di noi – dico – per anni…
E ne ridiamo.

Rugginiamo composti come piante di casa
tu ed io presso la luce spesa
modestamente da tende alle finestre –
in luce senza sole che ci acciechi,
al caldo temperato del soggiorno,

come in pensione, quando piove, al mare,
dentro la stanza a indovinare il mare.

***
I parking vuoti dei centri commerciali,
sotto i portici in piazza i vetri ottusi
delle vetrine dei negozi chiusi,
il ritmo giallo regolato elettro-
cardiogramma degli incroci deserti,
gli spalti delle file d’auto in sosta
a sgrondare indolenti la nottata,

la frenesia dell’anatre alla chiusa
il collo d’arpa dei cigni costanti
e la filodrammatica dei merli
sul ghiaino della scuola blindata:

nel repertorio dei luoghi comuni
questa ti ripropongo passeggiata
d’inverno che altre mille volte
insieme rifaremo nel miraggio
di ritrovare in due giovani allacciati
quelli che mille volte fa, un inverno,
anche noi per qualcuno siamo stati.

(Lettere a Venezia)
***
La perdita di amori,
solo morti, più s’ama vivamente.

Si sono amati invano i frutti accosti
al muro, e basterà domani coglierli…
Ma in quel futuro passa la fragranza.

Forse per ciò mi neghi la presenza e parti
come assurda Euridice a un tuo Erebo noto;
perché perderti resusciti il rimpianto?
perché fingerti morta sia cercarti ancora?

***
… poi del tornito volto di Madonna con Bimbo
e Santi del Bellini, vampa di rosso il manto
de l’Assunta ai Frari, e altrove un giallo abbaglio
trasfigura il Cristo volante agli acciecati,
librato sull’altare.
————————————–Ma il tuo brivido
a chi dirlo? a chi dire quel rosso, e il ritaglio
fiammingo, e l’aurato trionfo ascensionale?
a chi la meraviglia che in punta dei piedi
sola miri – e se per caso ti giri, solo a un grumo
di candele deflagra un punto buio la navata vuota?

Paghi le cartoline, imbocchi di monete
la bocca ottonata delle Offerte, per segnalibro
per segnamemoria d’una tua emozione – senza conferma.

L’incondivisa bellezza è un papavero
di campo di cui muore la luce e la tensione
appena il cappio della mano scempia.
La bellezza in sé chiusa è un vuoto evento
se fra i tuoi occhi e i miei non si sigilla
lo stesso nodo della commozione.

Ed io che ti figuro in quella laica ormai
svanita adorazione, anch’io un po’ d’oro
sbiadito, un po’ di giallo, sai, porto
in reliquia qua dove al buio, solo,
millenaria stillante ascesa luce
di luna per me effonde il suo colore:

miracolo perduto, se al mio sguardo
almeno un guizzo, per rifratto raggio,
del tuo lontano sguardo non s’accorda.

da DEVOZIONI MUSICALI PER VECCHI FAN

(Brahms: Quartetto in la minore)
D’inverno pomeriggio in passeggiata
con rari amici discorrendo
sulla precarietà dei pochi propri passi
————————————–(ma amava i boschi e le corali
————————————–malinconie dei quattro archi)
poco dopo gli obesi quarantanni
————————————–(con saggezza dispiega la natura
————————————–i suoi sonori arazzi – ma quanto avara
————————————–d’inverno la saggezza, e breve)
in minuetto all’accorato violoncello
saltano passeri sulla neve.

(Stravinskij a Venezia nel 1968)
Perfettamente solo, intatto,
lambito dal torrente dei turisti,
al tavolo di un bar c’era
lungo le Mercerie Igor’ Stravinskij
– gambe d’airone profilo di criceto –
bevendo un tè all’aperto verso sera.

Nessuno lo notava. Sconosciuto.
L’ammiravo discosto con stupore
come fosse il Tintoretto all’Accademia:
l’enorme “Traslazione” color seppia.

Ti guardavo, sorpresa apparizione,
e stranamente mi sentivo contento
perché nessuno sapeva che c’eri
e mio soltanto, in quel momento, era
L’Uccello di Fuoco, La Sagra della Primavera.

da LA PROVINCIA DEI CANI

(cenere)
… quali musiche segrete
nei brividi dell’erba sorpresa
d’altro vento? quali diversi ritmi
di piogge dirotte o leggere? o un concento
di sovracuti in ugole d’uccelli?

Decifrerò alfabeti ignoti? quando
cenere in polvere d’atomi,
dalla notte più buia a un’alba
sconosciuta rivivrà in altre voci
un’altra percezione di vita?

Riconcertare fra nuove radici!
Oh, semina oscura di molecole
indotte alle origini del cosmo!

Potere, ricomposto in altro “io”,
riavermi, risentirmi vivo!
linfa per quel giovane getto di quercia
che mia figlia ha interrato –
ora appena un arbusto in mezzo

(la gabbia)
Quando era agevole tentare il varco
abbiamo sempre rinviato il volo.
Ora la gabbia appesa alla finestra
o al muro, fra le stecche squadra un cielo
di sottotetto o il cielo del soffitto.

È così fiacca la spinta delle ali!
Qua basta il trespolo d’appoggio,
un po’ d’acqua e di miglio, il chicco d’uva
e contro i vetri una spina di sole.

La margherita delle alternative
è ormai sfogliata – attorno si fa scuro.
Facciamo (mentalmente) un ipotetico
volo calibrato dallo sportello
aperto al filo teso fra due chiodi.
Sarebbe uno strapazzo.
Ogni rimpianto
è sciocco – ogni progetto pazzo.
Dà solo fitte il desiderio.
————————————–Chiudi.

da ANCORA CO CATULO IN CORNARÓTA

VIII
Póre Catulo, basta sbarelar;
pénseghe ben: quel che l’é mort l’é perss.
Pur, che festa de sol in quei dì ciari!
a ‘ndarghe drio onde che oléa la tosa
che te à adorà quant nissun’altra mai.
‘Lora i dzoghi d’amor che i te piaséa
e quei che a éla no i ghe despiaséa,
co i dì pì lustri ‘l sol li à res-ciaradi.
Pò ‘l zhiel el s’à scurì co éla e anca par ti.
Ma no córerghe drio s’éla te scanpa,
e no piànderghe drio da poregramo:
stà dur a soportar, tégnete saldo.
Adio, bèla. Se no tel vól, Catulo gnanca;
pì nol te ciamerà, pì nol te zherca,
e te despiaserà se nol te zherca.
Te vànzhelo che vita, desgrazhiada?
Chi corerà da ti, chi te dirà “mia bèla”?
Chi dess voratu amar? De chi diratu
“st’om l’é ‘l me om”? Par chi sarali i basi?
Par chi quei morseghézh? Par n’antra boca?
Ma ti, Catulo, vindicoss tien bota!

VIII – Povero Catullo, basta farneticare; / pensaci bene: quello che morto è perso. / Eppure che festa di sole in quei giorni chiari! / a seguire la ragazza dove voleva lei / che hai adorato come mai nessun’altra. / Allora i giochi d’amore che ti piaceva­no / e quelli che a lei non dispiacevano, / il sole li ha illuminati con i giorni più splendenti. / Poi il cielo s’è oscurato con lei e anche per te. / Ma non inseguirla se lei ti sfugge, / e non pian­gerle dietro come un mendicante: / sopporta con fermezza, sii padrone di te stesso. / Addio, bella. Se non lo vuoi, nemmeno Catullo lo vuole; / più non ti chiamerà, più non ti cerca, / e ti dispiacerà se non ti cerca. / Che vita ti resta, disgraziata? / Chi correrà da te, chi ti dirà “mia bella”? / Chi vorrai amare adesso? Di chi dirai / “questo è il mio uomo”? Per chi saranno i baci? / Per chi quei piccoli morsi? Per un’altra bocca? / Ma tu, Catullo, ostinato tieni duro!

da LE CARTE DEL CARIBE

Sdoppiamento
Venuto da fuori con un volo ordinario
uno che non ha ragione d’esserci là
(in scarto d’otto ore il fuso orario),
succede che la notte sogni sé
come moltiplicato, e nei riflessi
non sa se lui è lui sui vetri in cui si specchia
e poggia fredda una sua mano secca
che tocca l’incertezza dove picchia.

Ammaliato da un budget di tre settimane,
calato in scena sagoma che dondola,
ora ciarlando con quelli del suo oroscopo
ora re nudo fra gente che spia
lo spettacolo greve del suo esordio,
pallido in terra di colore rinasco
turista-predatore predato dentro e fuori
———-– nero merlo fra gli usignoli.

da DEVOZIONI MUSICALI PER VECCHI FAN

Stravinskij
———————————–(a Venezia nel 1968)
Perfettamente solo, intatto,
lambito dal torrente dei turisti,
al tavolo di un bar c’era
lungo le Mercerie Igor’ Stravinskij
– gambe d’airone profilo di criceto –
bevendo un tè all’aperto verso sera.

Nessuno lo notava. Sconosciuto.
L’ammiravo discosto con stupore
come fosse il Tintoretto all’Accademia:
l’enorme “Traslazione” color seppia.

Ti guardavo, sorpresa apparizione,
e stranamente mi sentivo contento
perché nessuno sapeva che c’eri
e mio soltanto, in quel momento, era
L’Uccello di Fuoco, La Sagra della Primavera.

A Ella
——————————–…con angelica voce, in sua favella…
—————————————————-Inferno, II, 57
Stradivari del canto a pelledoca,
ugola soave della sirte,
cherubino dentro un corpo di cuoca
quasi sgarbo d’invidia della sorte;

col miele della voce che ti entrò nel sangue,
ad ammalarti di dolcezza a morte
non poteva che essere il diabete,
anima d’usignolo che ora abiti
in un corpo celeste di cometa.

da T’UN INGANO DE SOL

Variazhion sóra “Al pontesèl de Celarda”
N’aqua neta la cór framèdzo i sass:
sass bianchi fa i tetìn de na putèla –
frasche a sbrazharse come da ’n pidól
tovaje bianche destirade al sol –

e ’n ventesel lidziero el mena fóje
sóra la sgama che s’ingrópa e smata –
osei che canta – e aneròt che sguazha
co péne lustre che le par de lata.

St’ostaria co ’l berssò, sta rosta ciara:
qua l’é ’l bel posto bel indove che
speterie volintiera fesse sera.

Speciarme dzóven in st’aqua de viero
brindar có ’l sol el zhigna fra le rame,
có ’l se fa ross drio ’l bosch senpre pì nero.

VARIAZIONE SU “AL PONTICELLO DI CELARDA” – Un’acqua tersa corre fra i sassi / sassi bianchi come i piccoli seni di una ragazzina /  fronde a sbracciarsi come da un poggiolo / delle tovaglie bianche distese al sole – // e un venticello leggero porta foglie / sulla schiuma che si aggroviglia e folleggia – / uccelli che cantano – e anatroccoli che sguazzano / con piume lucide che sembrano di latta. // Quest’osteria col pergolato, questo torrente chiaro: / qui è il bel posto proprio bello dove / aspetterei volentieri che facesse sera. //  Specchiarmi giovane in quest’acqua di vetro / brindare mentre il sole ammicca fra i rami, / quando si fa rosso dietro il bosco sempre più nero.

da LA CHANSON DE MEDZATÈRA

A Stròzh da le me bande
De le òlte có vae a caminar
co ’n fià de sol d’invern, e passe
par stradèle foraman vóde de dzent,
in medzo a quatro mur de case
ingrumade al solivo su le coste,
debòta da ’n canton me sponta ’n can
che ’l se ferma a spionarme
e che a bajarme par che ’l se paréce.

Intant che me vizhine, desfident
lu ’l speta che ghe passe arente, pò
el me se mét dadrìo an fià lontan.
Sólche dó longhe onbrìe sul batonà.
Cussì mi e lu an póch anden a stròzh:
solinghi tuti dói a perditenp,
tuti dói muso bass a vardàrseli i pass.

Che bèla conpagnia de solituden.

A GIROVAGARE DALLE MIE PARTI – A volte quando vado a camminare / con un po’ di sole d’inverno, e passo / per stradine fuorimano vuote di gente, / in mezzo a quattro muri di case / ammucchiate sulle pendici soleggiate, / d’un tratto da una cantonata mi spunta un cane / che si ferma a spiarmi / e che pare sia pronto ad abbaiarmi contro. // Mentre mi avvicino, diffidente / lui aspetta che gli passi accanto, poi / mi si mette dietro poco lontano. / Soltanto due lunghe ombre sul selciato. / Così io e lui un po’ andiamo girovagando: / solitari tutti due a tempo perso, / tutti due muso basso a guardarceli i passi. // Che bella compagnia di solitudine.

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